Testimonianze inedite sulla vita di Ascanio Mari da Tagliacozzo

Riportiamo dal prestigioso blog Il Grande Roe due controverse testimonianze sulla vita di Ascanio Mari, da Tagliacozzo.

Riportiamo qui due testimonianze inedite circa la controversa e poco nota figura di Ascanio Mari, garzone di bottega di Benvenuto Cellini e suo favorito, le cui tracce si persero in Francia nel XVI sec. Ascanio è tutt’ora oggetto di una tre giorni di festeggiamenti rinascimentali nella sua città natale, Tagliacozzo. La prima delle due testimonianze che abbiamo occasione di proporre è una lettera di Pompeo de Capitaneis ad Alessandro Farnese, il futuro Papa Paolo III. De Capitaneis era un orafo romano rivale di Benvenuto Cellini e da quest’ultimo assassinato per paura di non specificati attacchi durante il periodo intercorso tra la morte di Clemente VII e l’elezione al soglio pontificio di Paolo III. Il Cellini fu poi assolto dallo stesso Paolo III.

Al santissimo cardinale vaticano Alessandro Farnese, con la speranza di rispondere alle questioni riguardanti messer Benvenuto Cellini, stampatore et mazzier papale.

Santissima eminenza, le conterò ogni dettaglio del mio incontro, et sperando essermi chiaro et latino, mi accingo ad adoprar la parlata del volgo. Mi ritrovai passando per via in fronte a la bottega del Cellini, che nell’anno 1533 di Nostro Domine et Signore Gesù Cristo, si trovava ad occupar mestier di stampatore officiale de la pontificia zecca papale. Si dimenava in Roma la novella del garzone ben fatto di bottega, rimenato alla cristiana capitale dalla ridente aldea di Tagliacozzi dal mastro Cellino, come servitore. Ero in via passando quando conobbi all’aspetto montanaro, et la bisaccia et lo volto ben fatto et tornito et la parlata, come indovinerà arrotata et male accostumata agli usii urbani, la figura di colui che nome Ascanio portava, et accui si alludeva in città a mezza bocca sorridendo. Sporgeva lo detto Ascanio da un vano circolare, come bocca di botte, posta in corrispondenza dell’uscio di bottega, et era la botte alta tanto che un cristiano dimorarvi dentro poeta tranquillamente. Dico alta più della porta istessa di un paio di manate. Dalla cima di codesta botte sporgea il detto Ascanio quando gli dimandai di Benvenuto. Et ccolui, come notai subito appresso, non tosto rispose, giacché distratto da chissà quali fantasie mirava in alto, et dava come sbuffi et saltelli a tempo quasi di passo ritmato. Dov’è il vostro padrone Benvenuto? Ancora dimandai. Et llui di rimando: È venuto? È venuto? Et intanto ripetevo, no dico Benvenuto! È venuto? ancor non è venuto? Et indi come dal ventre della botte parvemi udire un Ben, et così interrompersi i saltelli et li sussulti dell’innalzato Ascanio, lo quale, come rigovernato nelle mansioni et coll’intelletto rimenato compostamente, mi annunciò che lo maestro Cellini sarebbe in alcuni momenti dal fondo della bottega sortito, dove intento era a completare la mattutina opera, et pregandomi di aspettarlo sull’uscio mi salutava sparendo inghiottito dalla botte.

In fede Sua, speranzoso di ricevere al più presto udienza, porgo i miei omaggi, suo reverentissimo figliuolo,
Pompeo de Capitaneis
.

La seconda delle testimonianze inedite che proponiamo è tratta dal “Libello infamante affisso sul muro dell’Accademia delle Arti in Firenze“. Il libello è tratto dall’archivio privato del Conte Aldo Maschio Libertoli ed è datato 1570 (circa). Alcune fonti avanzano l’apocrifia di questo scritto e lo collocano in un periodo posteriore. Sicuramente è stato redatto dopo il 1563, anno di fondazione dell’Accademia da parte di Cosimo de’ Medici.

Sovra e dedentro a li rapporti entro el mastro de’ Cellini et suo sottopanza lo marsico

.
Dal die nel cui ne die’ benevenuto
fue tosto ‘na brigotica quistiona
acrimoniosa et dulce et bugiarona
historia da l’istomico pelzuto
.
Cellin de sodomia ène temuto
in terra de franciosi, una matrona
l’avea già denunziato et la corona
lo respedisque donde n’è venuto
.
Ma el lupo perde el pelo et non el vizio
in loco de lo bucio ignoto stranio [1]
prefere in vece italico orifizio
.
Così l’orafo magno va in trastullo
aprofitando del timido Ascanio
squizzando orsù nel marsicano cullo
.

.


[1] Forastiero, esotico

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